Maschera di legno, scultura tipica da queste parti, Staipo da Canobio

Maschera di legno, scultura tipica da queste parti, Staipo da Canobio – Foto di Luca Vivan

Ritornare sui propri passi dopo un periodo in cui si è visitato altri luoghi è talvolta complicato, perché le sensazioni si sono confuse con quelle trovate su altre strade, perché bisogna ripescare nei ricordi, scansando altri paesaggi. La buona notizia è che quello che rimane di un luogo è come un sedimento, uno strato duraturo che non è in balia delle emozioni veloci del momento.

Avevo lasciato la Carnia in una primavera che era ritornata quasi subito inverno, nel freddo della sera, che faceva apprezzare le stufe ad olle accese nei locali, mentre tra le nuvole si coglieva della neve fresca, in alto sui monti. Di quei giorni trascorsi a Forni Avoltri e poi girando tra paesi e frazioni di altri comuni ho quest’immagine di legno, dei boschi e delle case, e di calore, il bisogno di starmene comodo e tranquillo in qualche luogo chiuso a vedere il mondo da una finestra.

Quello che mi piace della montagna, quando non la vivo camminando è propio quel senso di morbidezza e tranquillità che mi ispirano il silenzio dei luoghi, la piacevolezza delle abitazioni o dei ristoranti, una gran voglia di coccole si potrebbe dire.

La montagna, e la Carnia non fa eccezione, è lo spazio dove si lascia tutto a valle, l’ansia di fare, il bisogno di essere sempre connessi, per riscoprire la necessità dello starsene in pace, meglio se in compagnia di buoni amici o della propria ragazza. Qui poi non ci sono grandi flussi turistici, solo piccoli paesi che ne stanno per conto loro, quasi indifferenti tra conifere e torrenti, con quell’aria a volte un po’ di abbandono che suggerisce una dolce malinconia, lo spleen adatto ai viandanti che si accontentano dei luoghi poco appariscenti, in verità ricchi di stimoli per chi sa vederli.

Allora va bene prendere per mano la propria compagna e andarsene a spasso per un paese come Givigliana, che pare sospeso, in alto su un monte, da cui si può vedere parte della Val Degano, oltre il suo campanile dipinto, tra stradine di ciottolato e case di legno che attendono i loro padroni per le vacanze estive.

Il campanile di Givigliana, frazione di Rigolato

Il campanile di Givigliana, frazione di Rigolato – Foto di Luca Vivan

E poi riprendere la macchina e fare un salto a Povolaro, dove ci sono le più antiche dimore signorili della zona, non di nobili ma dei cosiddetti cramârs, i venditori ambulanti che valicavano i monti e si spingevano a nord, in Austria e non solo, per commerciare merci originarie della loro terra e di Venezia. Il loro contributo alla società carnica non si limitava alla ricchezza che tal volta riuscivano ad accumulare – testimoni ne sono quelle abitazioni – ma anche alla cultura dell’Europa centrale che grazie a loro riusciva ad arrivare fino a qui, nonché ai semi e alle piante che raccoglievano o compravano per introdurle nei loro campi e giardini.

Casa dei cramârs a Povolaro

Casa dei cramârs a Povolaro – Foto di Luca Vivan

Anche se appare piccola la Carnia, le sue stradine portano lontano e tra le nuvole il sole comincia ad affievolirsi fino quasi a svanire. È il momento di cercare uno di quei rifugi di cui ti parlavo prima, uno spazio di legno e tepore dove coccolarsi con un piatto tipico, in parte ad un caminetto.

Come sai, parlo poco di ristoranti, ma lo Staipo da Canobio mi è piaciuto già prima di entrarci, lungo una strada quasi uscita dalla fantasia, che pareva non condurre a nulla. Mi ha accolto un gruppo di piccole strutture di legno su una collinetta, in cui brillavano le luci delle finestre mentre avanzava la sera, luci che una volta entrato si riflettevano sul legno degli interni, insieme al caldo di un camino acceso. Più che un ristorante sembrava di stare dentro una locanda, di quelle a cui magari si fermavano i cramârs magari dopo un lungo viaggio prima di ritornare a casa, un locale caldo non solo per via del camino, dove gustarsi una birra artigianale della zona e mangiare uno dei piatti che più adoro della tradizione carnica, i cjarsons, che a chiamarli ravioli si commetterebbe quasi peccato, perché non si può sempre ridurre tutti i cibi a quelli a cui siamo abituati.

Scultura all'entrata dello Staipo da Canobio

Scultura all’entrata dello Staipo da Canobio – Foto di Luca Vivan

Ne esistono innumerevoli varianti, tante quante le vallate e le famiglie che le abitano, anche se gli ingredienti comuni sono quasi sempre il contrasto tra il dolce ed il salato, nonché una spruzzata di cannella, forse retaggio dell’ampio respiro dei commerci dei venditori carnici. L’invito appassionato è quello di provarli, assaporando il condimento di burro fuso e ricotta affumicata che si fondono con l’uvetta, le erbe locali o le spinaci, magari con qualche biscotto frantumato.

All'entrata dello Staipo da Canobio, Forni Avoltri

All’entrata dello Staipo da Canobio, Forni Avoltri – Foto di Luca Vivan

Il cibo saporito, il tepore e il buio che invade le finestre parlano un’unica lingua silenziosa, quella del riposo non solo fisico ma soprattutto mentale.

Caminetto, Staipo da Canobio

Caminetto, Staipo da Canobio – Foto di Luca Vivan

La memoria si ferma qui, in questa locanda. Per fortuna, la distanza per me è poca, potrò ritornare e raccontare ancora della Carnia, territorio inesplorato, a tratti misterioso.

Articolo di
Luca Vivan